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La storia di un azdora che mischiava amore con i tortellini

  • Immagine del redattore: cucinacoronavirus
    cucinacoronavirus
  • 22 gen 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

Poiché oggi chef Cheffina non è dell'umore, le metto qui un raccontino che parla di cucina. E racconta di una arzdora che mischiava amore nei suoi cappelletti in brodo di cappone.

(La foto è solo esemplificativa, ahimé)

La Liliana

Come ogni giorno, durante quell’inverno iniziato troppo presto e ancora ben lontano dalla fine, era difficile indovinare se ci fosse il sole, da qualche parte. Attraverso la nebbia che fasciava la pianura di un bigio lanoso, il leggero rumore ritmico si intrufolò piano, quasi sottovoce: sibilo prima, poi fruscio, ronzio insistente, e l’ombra grigia prese forma, velata e irriconoscibile solo per un attimo. Spostando il sipario d’ovatta sporca, il ciclista balzò fuori, come un saltimbanco che provi il suo numero in un teatrino deserto. La Liliana aveva imparato l’orario e i giorni, e lo osservava nascosta dalle tendine di pizzo sintetico della trattoria “da Gino”, parcheggiata sul bordo della provinciale che porta al mare. L’abbiamo vista tutti, quella trattoria. O una che potremmo giurare esser proprio quella: una trattoria come tante, senza pretese e senza imbrogli, l’unico cameriere che recita a memoria un menu che non è mai cambiato, piazzisti di enciclopedie e aspirapolvere tutta la settimana e qualche camionista che ha lasciato l’autostrada per stanchezza o per errore. La domenica soltanto, comparsa la fauna lavorativa, è il turno delle famiglie: strilletti di bambini fra i tavoli, adolescenti col broncio e il telefonino in mano e alcune nonne odoranti di naftalina e rose appassite, la chioma quasi turchina tenuta su da spruzzi di lacca. E la Liliana dietro il vetro da quarant’anni, a tirare la sfoglia. Era una bella ragazza, la Liliana, quand’era arrivata lì, morbida e tonda, un sorriso accogliente come una porta aperta sotto una massa di riccioli che la cuffietta non riusciva a contenere. Molti dei piazzisti ci avevano perso la testa e il tempo fra l’antipasto della casa e il caffè corretto, e forse qualcuno avrebbe voluto che quel sorriso si aprisse solo uno spiraglio in più, per poco o per tanto. Ma sul vetro davanti al bancone parole e promesse erano scivolate senza appigli, e la Liliana era rimasta lì. L’amorevole risultato del suo lavoro, trinciato in ordinate matasse gialle, era diventato la vera attrazione della trattoria: e alla Liliana piaceva pensare di nutrirli tutti con la stessa passione di moglie, di madre, immutabile e sincera, senza preferenze.

Per il ciclista, però, la preferenza c’era: ovviamente nessuno, né il vecchio Gino men che mai gli avventori, avrebbe rischiato una vaga allusione alla Liliana, che quando di rado perdeva il suo sorriso caldo, perdeva anche la mano per la sfoglia. Scongiurando per vile egoismo il pericolo, la guardavano preparare in un silenzio connivente i cappelletti in brodo. Il brodo di cappone, la Liliana lo aveva preparato la sera prima, lasciato bollire nel pentolone a fiamma bassissima, tutta la notte a fremere come lei, le bolle di attesa che salivano larghe e rade, movendo appena la superficie.

Trentadue tuorli e un paio d’albumi cadevano sul monte candido con piccoli sbuffi, rotolando di lato già imbiancati, in un’inutile fuga dalle dita della Liliana: mentre una piccola ruga di concentrazione si scavava fra le sopracciglia, le mani rosate affondavano nelle materie separate, nelle consistenze diverse, unendole con gesti pacificatori e decisi. La tenerezza nascosta per anni sotto il seno ampio sembrava cadere sull’impasto come una manciata di semola, sparsa con la carezza veloce del palmo, ed incorporata infine con la ritmica pressione conciliante del matterello che correva rapido, arrotolava e stendeva la sfoglia rugosa, ad ogni giro più sottile.

Dentro quella leggera veste d’oro, Liliana richiudeva con cura un cuore tenero e tremolante e profumato di latte, mescolando il parmigiano invecchiato che teneva da parte per i piatti speciali con lo squacquerone fresco. Il ciclista arrivava, e il piatto fondo, dove galleggiavano leggere scaglie di tartufo, arrivava pochi minuti dopo sul tavolo. Lui mangiava piano, in silenzio, pagava, andava via. Ma prima di andare puntava uno sguardo diritto al vetro, dietro il quale la Liliana attendeva. Nient’altro. Ma quello sguardo scuro e lucente come la canna di un fucile le riduceva il sangue in crema.

Anche quel giorno fu così. Il ciclista arrivò, mangiò. Ma, forse fu l’impressione della Liliana, quello sguardo finale non era durato un battito di cuore in più? Non si era forse leggermente voltato prima di uscire? Aveva forse sentito quanto silenzioso calore ci fosse in ogni boccone? La Liliana rigirò a lungo sotto la cuffietta queste domande, respingendo con forza le mille risposte assurde che si proponevano. Le tagliatelle non le vennero gran che bene, in quei giorni, e l’umore di Gino peggiorò di conseguenza.

La Liliana aspettava scontrosa che la domenica passasse, confidando nel lunedì. O nel martedì. O insomma, si rese conto che aspettava il ciclista per ritrovare il sorriso.

I bambini strillavano, le nonne brontolavano, gli adolescenti scrivevano sms, quando dalla porta entrò un’altra famiglia domenicale. Una donna, esile e bionda, due bambini esili e biondi. E il ciclista. Un po’ meno scuro, un po’ meno silenzioso. Cercò la Liliana dietro al vetro, ma lei teneva lo sguardo basso, cincischiando con le mani grassocce l’orlo del grembiule. Quando il cameriere le disse sottovoce che avevano chiesto il suo piatto speciale, la Liliana si sfilò la cuffietta: I cappelletti son terminati, Ettore.

E uscì a vedere se sul retro, per caso, ci fosse il sole.



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